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​​​​​​​Direttore: Pasquale Sacino - Redazione: Mettstr. 75 - 2504 Bienne - Telefono: 032 345 20 24 - rinascita@bluewin.ch​​​​​​​
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INSIEME SI MIGLIORA IL PRESENTE
E SI COSTRUISCE UN FUTURO MIGLIORE ​​​​​​​

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Da lunedì si potrà tornare sulle terrazze di ristoranti e bar

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Il Consiglio federale ha deciso di allentare alcune restrizioni: permesse anche le manifestazioni in presenza di pubblico
​​​​​​Bienne, 14 Aprile 2021 - Una boccata d'ossigeno, almeno parziale, per la ristorazione è arrivata dalla conferenza stampa del Consiglio federale. Le terrazze di bar e ristoranti potranno infatti tornare ad accogliere i clienti dal 19 aprile. Si dovranno comunque rispettare le regole in vigore: si consumerà seduti e la mascherina andrà indossata finché non arriveranno gli ordini al tavolo, al quale potranno sedersi un massimo di quattro consumatori. Resta tuttavia vietata la consumazione all'interno.
"Il 19 marzo avevamo rinunciato a delle grosse aperture e le ultime tre settimane ci hanno detto che abbiamo fatto bene. La situazione è in pugno, ma dobbiamo avanzare con cautela", ha detto a Berna Alain Berset. La Confederazione, bersagliata da critiche da più parti nelle ultime settimane per le restrizioni in vigore, permetterà inoltre nuovamente lo svolgimento delle manifestazioni in presenza di pubblico, per esempio negli stadi, nei cinema, nei teatri e nelle sale per concerti. Il numero di spettatori è limitato a 100 persone all’aperto e a 50 al chiuso. Il numero dei presenti, che dovranno stare seduti e indossare sempre la mascherina, non dev’essere superiore a un terzo dei posti disponibili.
Le prescrizioni per le attività sportive (non di contatto) e culturali sono allentate anche per gli adulti nel settore amatoriale, per singole persone e per i gruppi con fino a 15 persone. A queste condizioni sono nuovamente ammesse anche le competizioni. Per le attività all’aperto occorrerà indossare la mascherina o mantenere la distanza necessaria di 1,5 metri, mentre al chiuso sarà generalmente obbligatorio sia portare la mascherina, sia rispettare il distanziamento. Anche le strutture ricreative e del tempo libero potranno riaprire i loro spazi interni, analogamente ai negozi e ai musei. Gli spazi interni dei centri wellness e balneari dovranno invece restare chiusi. I vantaggi in questi ambiti per i giovani fino a 20 anni sono confermati.
Con determinate restrizioni, l’insegnamento presenziale è di nuovo consentito anche al di fuori della scuola dell’obbligo e del livello secondario II, cioè in particolare nelle scuole universitarie e nei corsi per adulti. La partecipazione è limitata a 50 persone e a un terzo della capienza dei locali e vanno rispettati l’obbligo della mascherina e del distanziamento. Nella sua valutazione, l'Esecutivo  ha tenuto conto anche delle conseguenze economiche e sociali dei provvedimenti, in particolare per i giovani e i giovani adulti. In linea con il pacchetto di allentamenti posto in consultazione a metà marzo, ma attuato soltanto in piccola parte, la nuova fase di riapertura consente attività a rischio moderato in cui, a parte poche eccezioni, è possibile indossare la mascherina e mantenere la distanza necessaria senza difficoltà.
Sebbene la situazione epidemiologica sia peggiorata nelle ultime settimane e in questo momento solo un indicatore su cinque rispetta il limite fissato per dare il via libera a misure meno severe, secondo il Consiglio federale il rischio che si correrà è sostenibile. Le ospedalizzazioni stanno sì salendo, ma a un ritmo "relativamente lento rispetto a quello dei contagi" e la vaccinazione delle persone a rischio "procede bene": quasi il 50% degli ultraottantenni e circa il 30% delle persone tra i 70 e i 79 anni sono completamente vaccinati. Inoltre la situazione nei reparti di terapia intensiva è relativamente stabile.
Il Governo preme per terapie combinate con anticorpi monoclonali
Il Consiglio federale ha adottato anche decisioni sull’approvvigionamento con medicamenti importanti e promettenti contro il coronavirus. Le terapie combinate con anticorpi monoclonali devono essere disponibili in Svizzera il più presto possibile. In una prima fase i costi di queste terapie saranno assunti dalla Confederazione, successivamente dalle casse malati. Il Dipartimento federale dell’interno è inoltre incaricato di studiare in dettaglio, in collaborazione con il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca e il Dipartimento federale delle finanze, in quale forma la Confederazione possa rafforzare la produzione e lo sviluppo in Svizzera di medicamenti rilevanti per il trattamento del Covid-19 (inclusi i vaccini). La modifica della legge COVID-19 del 20 marzo 2021 ha conferito alla Confederazione un maggior margine di manovra in materia.
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Vaccini: a Ginevra tocca agli over 45

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La campagna vaccinale in Svizzera registra meno candidati del previsto: la maggior parte dei Cantoni sta somministrando il preparato a chi ha più di 65 anni, altri hanno dovuto abbassare l’età
​​​​​​Bienne, 13 Aprile 2021 - Numerosi Cantoni hanno fatto scendere l’età minima per un vaccino anti-coronavirus a 65 anni o ancora meno. A Neuchâtel possono far ricorso alle dosi i 55.enni, a Ginevra addirittura i 45enni, come si evince da un confronto effettuato oggi da Keystone-ATS. 
Ginevra ha comunicato ieri che i vaccini sono disponibili a partire dai 45 anni di età. La decisione è stata presa poiché solo in pochi fra i 55 e i 65 anni approfittavano della possibilità e le autorità volevano evitare di ritrovarsi con più dosi che candidati.
Anche a Neuchâtel la situazione è simile e i 55.enni possono già vaccinarsi. L’obiettivo è quello di poter iniziare in maggio a vaccinare tutti a partire dai 16 anni.
La maggioranza degli altri Cantoni ha abbassato il limite dai 75 ai 65 anni o ha almeno già programmato questo passo. Un esempio di questo tipo è Berna, dove è possibile vaccinarsi dai 65 anni e dove a partire da fine aprile dovrebbe essere aggiunta una nuova categoria. Per metà maggio le autorità si aspettano una consegna totale di 250’000 dosi. Fino ad ora oltre 400’000 persone si sono annunciate sulla piattaforma vaccinale, ovvero circa il 40% della popolazione cantonale. 
A Zurigo la corsa al vaccino sembra invece meno intensa di quanto pronosticato. La scorsa settimana la responsabile della sanità Natalie Rickli ha quindi fatto appello a tutti gli over 65 per prendere appuntamento. Al momento del discorso, per aprile erano ancora disponibili 18’000 posti, che nel frattempo sono però andati esauriti.
La popolazione di Basilea Città sembra dal canto suo pronta a farsi vaccinare, ma le cose non avanzano troppo rapidamente: chi ha meno di 75 anni al momento può solo inserirsi sulla lista d’attesa. Più veloce l’avanzata di Basilea Campagna, dove sono già ammessi gli over 65, così come ad Argovia, Glarona, Turgovia e Zugo. Come noto, anche in Ticino dal 29 marzo si possono vaccinare tutti coloro che hanno più di 65 anni. A San Gallo, da domani, potrà vaccinarsi anche chi ha 60 anni.

"La Svizzera dorme, ma stia attenta"

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L'epidemiologo dell'Università di Ginevra, Didier Pittet, contro le riaperture: "Sta succedendo la stessa cosa dell’estate scorsa e ricordiamo tutti come finì"
​​​​​​Bienne, 12 Aprile 2021 - Mentre l'economia e una maggioranza politica chiedono minori divieti, come valutano la situazione gli operatori del settore sanitario, soprattutto a fronte dell'aumento di casi e ospedalizzazioni da coronavirus che si registra da qualche tempo? L'epidemiologo dell'Università di Ginevra, Didier Pittet, tra gli altri, lancia l'allarme di fronte alle richieste pressanti di riaprire, mentre i casi in realtà aumentano.
Pittet, l'uomo di riferimento, l'inventore della soluzione idroalcolica che usiamo tutti quanti per disinfettarci le mani, si esprime oggi sul quotidiano Le Temps. "La Svizzera dorme, ma deve stare attenta. Sta succedendo la stessa cosa che è successa l’estate scorsa e ricordiamo tutti come è andata a finire". Ci sono alcune riaperture che sono possibili, ma a condizione che le precauzioni vengano sempre rispettate, cosa che spesso non avviene, e poi bisogna testare e ancora testare, cosa che la Svizzera non fa abbastanza, ed è questo che bisogna capire. Quindi fra qualche settimana si potranno ad esempio aprire le terrazze dei ristoranti, ma non i locali interni, si potranno riprendere alcune attività ma ancora una volta rispettando le precauzioni che devono essere sempre applicate e controllate. 
Ecco cosa Pittet teme di più dalle eventuali riapertura nelle prossime settimane. Visto che l'età dei pazienti in futuro sarà sempre più bassa, quando questi pazienti verranno ricoverati resteranno in ospedale per più tempo. Calerà fortunatamente il tasso di mortalità, ma servirà più tempo per curarli. E quindi ancora una volta saremo obbligati a ritardare controlli e operazioni non legate al Covid. Controlli ad esempio per i pazienti oncologici o di altre malattie gravi, vittime indirette se si vuole, spesso dimenticate, della pandemia.
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L’Italia rischia di affondare
Saltato l’equilibrio tra contribuenti e “consumatori di tasse”, 

 di Marco Faraci

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È Draghi l'unico faro di un'Italia che rischia di affondare?
Bienne, 14 Aprile 2021 - Ogni paese sviluppato è costantemente alle prese con il problema del bilanciamento della sua spesa pubblica, tendenzialmente crescente, con la capacità dei suoi contribuenti di sostenerla. L’Italia è da sempre, da questo punto di vista, uno dei paesi messi peggio in assoluto, essendo altissimo da noi il peso della spesa statale rispetto al Pil.
Le ragioni del declino dello Stivale sono tante, ma la principale è legata alla dinamica demografica tra tax producers – i “produttori di tasse”, cioè i contribuenti – e i tax consumers – i consumatori di tasse, cioè chi vive di spesa pubblica. Le dinamiche di spesa del pubblico impiego, della ridistribuzione territoriale e del sistema pensionistico negli anni hanno fatto sì che sempre più persone vivessero di tasse e sempre meno persone fossero messe nelle condizioni di generarle. Una volta che si entra in questo tipo di percorso, è molto difficile invertire la rotta ed è molto più facile invece continuare ad accentuarlo, perché il peso fiscale diviene tale da diminuire la praticabilità e l’appetibilità dell’attività “nel mercato” – e simmetricamente rende sempre più conveniente essersi posizionati dalla parte del posto fisso e della rendita assistenziale.
Il Covid è entrato prepotentemente in questa dinamica da tempo avviata, colpendo selettivamente l’Italia che lavora nel mercato, fermando o riducendo ai minimi termini moltissime attività economiche private. Questo ha non solo colpito in modo diretto il reddito di tantissime persone, ma evidentemente ha anche ridotto considerevolmente la base fiscale del Paese. Al tempo stesso tutti coloro che sono stipendiati dal settore pubblico hanno mantenuto in pieno il loro salario e nessun costo dello Stato si è ridotto a fronte delle minori entrate fiscali; anzi, lo Stato si è messo addirittura a spendere di più “per gestire l’emergenza”.
Si è quindi creato un drammatico squilibrio tra entrate e uscite delle casse pubbliche. Di fronte a questa situazione, la politica ha continuato a professare la convinzione che all’orizzonte ci sia una “ripresa a V”, cioè che la crisi del Covid resti circoscritta nel tempo e negli effetti e che quindi sia destinata ad essere recuperata pienamente – e che tutto quello che occorre sia semplicemente “passà ‘a nuttata” attraverso l’opportuno ricorso ad una fase di indebitamento. In realtà, le molteplici previsioni secondo cui l’Italia recupererebbe gli effetti della crisi a fine 2022, cioè nel giro tutto sommato di poco tempo, appaiono purtroppo eccessivamente ottimistiche. Esse si basano sulla semplicistica concezione che le progressive riaperture corrispondano a riaccensioni di interrutori che sostanzialmente ripristinano lo status quo ante.
Ma la realtà non funziona così: l’orologio della storia non può mai essere riportato indietro. I danni arrecati al tessuto economico, sociale e civile del Paese sono in gran parte per sempre. Molte piccole e medie attività, stroncate da questi due anni di chiusure non riapriranno più, ma anche i settori non colpiti in maniera diretta dalle chiusure potrebbero vedere il loro giro d’affari fortemente ridotto per l’effetto della minore domanda di un Paese impoverito. La crisi del coronavirus potrebbe anche aver portato dei cambiamenti permanenti alle abitudine degli utenti e dei consumatori, da un lato accelerando in modo particolare l’obsolescenza di alcuni settori dell’economia tradizionale (dai piccoli esercizi ai cinema), dall’altro riducendo in termini generali l’attitudine alla spesa, al movimento e al rischio.
Il nostro Paese appare, peraltro, meno attrezzato degli altri per poter innescare un recupero di più alti livelli di attività economica. Tra le varie cose, la rigidità del nostro mercato del lavoro – e il tentativo politico di “accanimento terapeutico” su molte attività economiche non più recuperabili – renderanno improbabile che la domanda e l’offerta di lavoro possano incontrarsi nuovamente in maniera efficiente.
Insomma, è del tutto improbabile che, almeno in Italia, la crisi sia l’occasione per una qualche palingenesi economica che porti a tagliare i rami secchi ed a concentrare le risorse verso attività a più alta produttività e valore aggiunto. Alla fine, è del tutto credibile che il Pil del nostro Paese possa consolidarsi a livelli strutturalmente inferiori anche di un 10-15 per cento rispetto ai livelli pre-crisi. Evidentemente a ciò corrisponderebbero introiti fiscali destinati ad assestarsi strutturalmente a livelli significativamente più bassi di quelli che abbiamo conosciuto finora.
La classe politica continua ad eludere questa fondamentale questione che pure si porrà quanto prima in tutta la sua drammaticità. Come intende finanziare l’Italia una spesa pubblica che non solo non si è ridotta proporzionalmente con la diminuzione delle entrate fiscali, ma si è addirittura accresciuta? Davvero uno dei paesi con il debito pubblico più alto del mondo pensa di andare avanti registrando, nei prossimi anni, un 15-20 per cento annuo di deficit rispetto al Pil? Davvero l’Italia può continuare a pretendere di sostenere una spesa pubblica di livelli svedesi o danesi con un Pil che potrebbe realisticamente attestarsi su livelli portoghesi o estoni?
Si dovrebbe cominciare a riflettere su una strategia di drastico contenimento e razionalizzazione della spesa pubblica, per riportarla a livelli che siano nuovamente sostenibili. E invece dà bene l’idea del degrado del nostro quadro politico-culturale il fatto che si continui a veicolare l’impressione che questo sia per lo Stato addirittura un momento di “vacche grasse” – con il Recovery Fund a rappresentare un insperato tesoretto con cui poter fare ulteriore spesa pubblica ideologica, clientelare ed assistenziale. Non c’è che dire. Il risveglio sarà brusco.

Silenzio tombale dei giustizialisti sul caso Gregoretti

di Matteo Milanesi

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Quando la sinistra riuscirà a battersi con l’arma degli argomenti, senza nascondersi dietro le tonache dei magistrati?
Bienne, 14 Aprile 2021 - Alla richiesta di proscioglimento di Matteo Salvini nel processo per il caso Gregoretti, giornali e politici giustizialisti, da sempre tifosi (quasi capi ultrà) della condanna per sequestro di persona dell’ex ministro, si sono chiusi in un silenzio quasi tombale. Dotandoci di una potentissima lente d’ingrandimento, abbiamo potuto vedere il Fatto Quotidiano dedicare un trafiletto solo a pagina 13, ripiegando sui fatti della Open Arms per cui la procura di Palermo chiede il processo. La Repubblica ha riportato la notizia solo a pagina 10 e La Stampa a pagina 9, con un taglio basso dal titolo “Il pm scagiona Salvini”. Insomma, la richiesta dell’accusa di non procedere nei confronti di Salvini non va giù ai giornali giustizialisti. Dopo mesi di titoloni in prima pagina, editoriali fondati sulla presunzione di colpevolezza e paginate in cui Salvini veniva messo alla gogna, Travaglio, Molinari e Giannini si appellano al Quinto Emendamento americano: la facoltà di non rispondere.
Sul piano politico non va molto meglio. Durante il periodo dell’alleanza giallo-verde, il Movimento 5 Stelle ha sostenuto la legittimità dell’operato dell’alleato leghista. Anzi, l’allora ministro dei trasporti e delle infrastrutture Toninelli confessava che la gestione dei migranti non era di competenza esclusiva del leader della Lega: “Gestisco io la parte della sicurezza e della navigazione fino all’attracco. Salvini gestisce la parte dell’ordine pubblico. Fino ad oggi con Salvini abbiamo diminuito gli sbarchi, insieme al sottoscritto ed al presidente Conte”.
Si badi bene però: la responsabilità politica non equivale alla responsabilità penale. L’azione giudiziaria contro Matteo Salvini non sarebbe mai dovuta cominciare. Come spiega l’avvocato della difesa Giulia Bongiorno: “Il suo è stato un atto politico insindacabile, condiviso da tutto il governo”. Anche perché, aggiungiamo noi, essendo un atto condiviso dall’Esecutivo, l’articolo 96 della Costituzione stabilisce che la responsabilità penale è a carico sia dei ministri che del presidente del Consiglio per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni.
Dopo la fine del “governo del cambiamento”, il Movimento 5 Stelle, in buona compagnia dei nuovi alleati della sinistra, ha cercato di utilizzare il processo contro Salvini come clava per estinguere politicamente la Lega, appena passata all’opposizione e saldamente primo partito del Paese.
Una strategia che abbiamo visto applicare molte volte da Mani Pulite in poi: non riusciamo a sconfiggere l’avversario elettoralmente, allora abbattiamolo a colpi di sentenze e processi. Questa volta, però, ai giustizialisti è andata male. Matteo Salvini non è un “sequestratore di uomini”, ha esercitato le sue prerogative di ministro dell’interno. Sul tema dell’immigrazione, in tutti i Paesi del mondo si affrontano due posizioni politiche differenti: una più aperturista, tendenzialmente sostenuta dai partiti di sinistra, e un’altra per una immigrazione più controllata, tendenzialmente sostenuta dalle forze di destra. Solo in Italia questa seconda, legittima posizione viene criminalizzata. Quando la sinistra riuscirà a battersi con l’arma degli argomenti, senza nascondersi dietro le tonache dei magistrati?

Da cittadini a sudditi: una società divisa tra garantiti e dimenticati

di Andrea Venanzoni

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Si può essere sudditi in democrazia?
Bienne, 12 Aprile 2021 - Una delle evidenze più drammatiche segnate dall’incedere della crisi pandemica è la divaricazione sempre più marcata e feroce tra un ceto socialmente garantito e la restante parte della popolazione abbandonata al mare largo dello sforzo puramente privato per sopravvivere.
Dipendenti pubblici, pensionati e percettori a vario titolo e in vario grado di redditi (di cittadinanza, di emergenza) da un lato e dall’altro lato imprenditori, partite Iva, liberi professionisti che invece si dibattono nel corpo esausto di una socialità ormai straziata: una sorta di sdoppiamento della realtà in cui siamo calati, per cui i primi possono lamentarsi e soffrire le limitazioni alla libertà, di spostamento, la ristrettezza degli orizzonti senza però dover sopportare problemi di sostentamento economico, mentre sulle spalle dei secondi oltre a tutti questi problemi, di giorno in giorno sempre più gravi, si abbatte anche la tragica impossibilità di far quadrare i conti e di riuscire a portare il pane a casa. 
Questa divaricazione in Italia c’è sempre stata, tanto che molti partiti più che per una propria, peculiare visione del mondo e della società si sono aggregati attorno a portatori di interessi e a classi sociali: alcuni partiti di sinistra si sono erti quali attrattori di ceti sociali da sempre iper-garantiti, e nella pandemia questo fenomeno si è radicalizzato e ha subito una palese accelerazione.
In alcuni casi sembra anche che la stessa scelta dei soggetti (o meglio, delle categorie) da sottoporre a vaccinazione prima di altri segua questa stessa logica rovesciata, tipicamente corporativa ed elettoralistica: il garantito diventa sempre più garantito, lo scarsamente garantito recede ad una condizione di assoluta minorità, ridotto a soggetto privo di attorialità politica, di consapevolezza civica, in quanto costretto ad aggirarsi tra le macerie fumanti per riuscire a sostentarsi.
C’è in questa tragedia il peso di una torsione davvero neofeudale, con un assalto ai ceti produttivi ridotti al silenzio e alla fame, e con la mano ‘gentile’ dello Stato che promette ed annuncia sostegni, ristori, aiuti, tutti funzionali al consolidamento del potere sovrano: d’altronde, l’affamato difficilmente morderebbe la mano di chi lo sfama.
In questo senso, la proliferazione di bonus e di sussidi sta facendo significativamente arretrare la coscienza politica e la sete di libertà di molti cittadini italiani; se il problema diventa quello empiricamente drammatico di sfamare i tuoi figli, le limitazioni alla libertà diventano quasi ancillari, un problema secondario.
La fenomenologia assolutamente diseducativa di questi redditi, a cui può aggiungersi quello universale richiamato come assoluta necessità di recente da Beppe Grillo, il loro portato anti-politico e anti-concorrenziale è stato a più riprese sottolineato da attenti analisti.Nel 2018, per i tipi di Aracne, è stato tradotto e pubblicato anche in Italia il pregevole volume “Democrazie robotizzate. Usa e Ue: neofeudalesimo e reddito di cittadinanza”, di Raul Jimenez Tellado e Fernández Luis Moreno: una esaustiva e accurata analisi di come alta tecnologia, ristrettezza degli orizzonti fisici e cognitivi e sussidi alterino il paesaggio istituzionale fino a generare una società neofeudale con pochi signori sovrani e una massa di sudditi sussidiati ormai dimentichi di vita civile e libertà.
Si tratta di un inquietante scenario futuro che scienza della politica e studiosi della tecnologia vanno delineando con crescente forza negli ultimi anni: dal raggelante “Automating inequality” di Virginia Eubanks al recentissimo “The coming of Neo Feudalism” di Joel Kotkin, il quale ultimo libro ricomprende anche il modo in cui la crisi pandemica rischia di neofeudalizzare la globalizzazione e il suo ventre di silicio.
Non mi stupisce in questo senso come soprattutto dalle parti del Movimento 5 Stelle sin dall’inizio della pandemia si sia parlato di “opportunità”, innervando la narrazione con una serie di provvedimenti e di idee che vanno a parare esattamente nella terra di nessuno di questa congiunzione tra sussidi e alta tecnologia: d’altronde, basta percorrere il blog di Grillo per verificare questa montagna russa a base di smart cities, progetti futuribili, intelligenze artificiali, riduzione del lavoro umano e conseguente automazione delle linee di produzione, sussidi e redditi universali.
Non dissimile è l’approccio del ministro della salute Roberto Speranza che nel suo libro frettolosamente (ma non abbastanza) ritirato dal commercio in Italia e non sfuggito però ai magazzini di Amazon Spagna e Francia conclude la sua ricostruzione letteraria delineando nuovi progetti, un nuovo ministero, il ritorno del vento della sinistra, nei fatti e anche qui la solfa della pandemia come opportunità. Un complesso e stordente scenario di ingegneria sociale e istituzionale che nella pandemia vede un fattore di potente accelerazione di fenomeni latamente pre-esistenti ad essa.
Il problema enorme di questa visione del mondo è che dimentica per via, quasi fosse elemento ormai desueto e vetusto, la libertà nelle sue multiformi declinazioni: la libertà individuale, di espressione, e quelle collettive, e la libertà di impresa, del mercato, della concorrenza. Eradica il lavoro, visto e concepito come una minaccia, e lo sostituisce con il sussidio graziosamente concesso dal sovrano: lavoro come minaccia, già, perché nel lavoro si edifica il senso stesso di una comunità vitale e libera.
Non casualmente il sempre citato ma scarsamente compreso articolo 1 della Costituzione fonda proprio sul lavoro il nostro patto sociale. Il lavoro non è solo quello empirico e materiale, e d’altronde a quello si riferisce l’articolo 4 della Carta costituzionale, c’è anche un senso alto, metafisico quasi, del lavoro inteso come capacità di mettersi in discussione, di coltivare coscienza critica, di rendersi parte attiva della società. Il lavoro è competizione, sforzo, orizzonte di libertà. Il sussidio è la negazione di tutto questo, perché il sussidio sdilinquisce la complessità, il particolare, omogeneizza le differenze e ci rende tutti dipendenti dalla concessione, in messianica attesa che il potere sovrano si dimostri generoso. 
Una democrazia in teoria dovrebbe basarsi invece su pluralismo, sete di libertà, vita attiva, partecipazione e sana competizione, non certo su regalie di sorta: la ‘lotta’ tra portatori di distinte visioni del mondo e di diversi interessi dovrebbe essere ricondotta a sintesi dalla razionalità parlamentare e dalla selezione delle classi dirigenti politiche e partitiche. Ma appare chiaro, entrambi questi fattori si sono arenati: il Parlamento non proceduralizza più nulla, incapace, debole ed auto-esautorato a favore di altri centri di interesse e di altri poteri.
In quanto ai partiti, infiacchiti, preda di crisi endemiche e squassanti, avvolti dal sudario dell’anti-politica che brutalmente colpisce qualunque forma di complessità, non riescono più a selezionare alcuna forma di classe dirigente. D’altronde basta ripercorrere i verbali delle discussioni parlamentari per verificare quale sia il tono medio delle argomentazioni, per non parlare poi delle leggi pendenti come eterni fantasmi e le cui proposte e il cui tono redazionale fanno davvero, molto spesso, orrore.
Dato questo quadro, la divaricazione tra ceti diviene una desertificazione dei riferimenti elettorali di alcune forze politiche che da sempre guardano alla libertà di impresa, e il consolidamento dall’altro lato, cioè a sinistra, delle proprie classi elettorali: una sorta di costruzione di un percorso vassallatico, stratificato e in cui ad ogni livello corrisponde un dato grado di possibilità di partecipazione alle decisioni politiche.
Sulle rovine di una Italia indebolita e stremata si sta consumando il definitivo tramonto della obsolescente democrazia di matrice parlamentare. Quando nei primi anni del Novecento un gigante del pensiero giuridico come Santi Romano vide la crisi dello Stato, prima nella celebre prolusione pisana e poi nel capolavoro “L’ordinamento giuridico”, essa era riferita all’erompere di una serie di forze sociali che chiedevano il loro riconoscimento in sede istituzionale: quella ‘crisi’ era davvero una opportunità, perché portò alla possibilità di un rinvigorimento della forza istituzionale e all’arricchimento competitivo delle istanze. Noi oggi viviamo al contrario una crisi che non ha nulla di quella ipotesi vivificatrice che Romano scorse tra le pieghe dei partiti di massa e dei sindacati e delle loro lotte sociali.
La democrazia come ‘conflitto’ e come competizione evapora, tra le volute di fumo dei lockdown e dei sussidi: disintermediazione totale, eradicazione degli interessi e dei corpi intermedi, annebbiamento delle prospettive e delle analisi della cittadinanza, piegata dalla necessità di mero sostentamento e adeguatamente sussidiata proprio affinché rimanga inerte e silente. La stessa pubblica amministrazione diventa solo un serbatoio di garanzia di sopravvivenza delle classi politiche egemoni. Sentir infatti parlare di nuove assunzioni nel settore pubblico non è poi tanto diverso dal discorso sui sussidi, va detto: e stupisce che la proposta arrivi da esponenti di un partito che si dice ‘liberale’. Stupisce e in certa misura indigna non tanto perché sia o possa essere necessario selezionare eccellenze ‘pubbliche’ cui far gestire i progetti del Recovery Plan, ma solo perché viene da chiedersi allora i dipendenti già in servizio cosa ci stiano a fare.
A questo punto invece si potrebbe pensare ad una assunzione per ogni licenziamento per scarso rendimento o per incapacità nello stare al passo coi tempi: un positivo ricambio non solo generazionale ma basato anche su effettive competenze e soprattutto in linea con l’ottimale svolgimento di una data funzione. Non accadrà, naturalmente. Perché il mantenimento dello status quo è utile per tutto quanto detto prima: per la rendita di posizione elettorale e di riferimento ‘politico’, per cui la pubblica amministrazione non eroga servizi ma garantisce semplicemente reddito a chi ne è dipendente, a prescindere da merito e capacità effettive. Un sussidio anche questo, appunto.
Che cosa fare quindi? Reclamare la centralità del Parlamento appare esercizio nobile ma retorico. Piuttosto dovrebbe essere rivitalizzata la sana competizione delle istanze e degli interessi, la costruzione di una società civile attiva, consapevole, forte, capace di influenzare il dibattito politico: l’individualismo è dato sacro ma la collaborazione in caso di crisi lo è ancora di più. In questo senso, le classi politiche devono essere pungolate, e per pungolarle bisogna dimostrare che il Re è nudo. Innanzitutto questa società civile libera si organizzi e inizi a chiedere conto, surrogando l’inerzia della politica, di quanto fatto e non fatto fino ad oggi.
I giudici stanno dimostrando che il tempo della pazienza e dell’accettazione di provvedimenti ‘eccezionali’ è finito: si chiedano quindi i danni, si ricorra, si impugni, si ottenga trasparenza, si denudi ancora di più il potere sovrano. Si portino in giudizio corpi tecnici, virologi mediatici, cabine di regia prive di legittimazione democratica, quando le loro dichiarazioni e/o le loro decisioni fanno danni. E si faccia finalmente capire quanto il ceto egemone pubblico dipenda dagli introiti privati: senza la tassazione, infatti, la sfera pubblica, gli stipendi, i sussidi, i redditi, le pensioni non esisterebbero. Per farlo capire ci si organizzi, lo si dica, lo si scriva, lo si gridi ai politici quando essi chiedono il voto, si convoglino le migliori energie propositive e intellettuali verso iniziative come Mercatus, per operare una radicale detassazione. Perché se si parla di un contratto sociale, allora bisogna immaginare che vi siano obbligazioni per entrambe le parti in causa, per i cittadini ma anche per lo stesso Stato. Altrimenti non è un contratto sociale ma una mera imposizione coercitiva.
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Nessuno si chiede perché siamo stati costretti a partire?

Italiani nel Mondo/Regioni, Associazioni

Commissione regionale lucani nel mondo
Vizziello e Leggieri eletti vicepresidenti

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Con le due designazioni si completa l’assetto dell’organismo consiliare. Il grazie del presidente Cicala a tutte le Associazioni e Federazioni dei lucani presenti in ogni parte del mondo
Bienne, 13 Aprile 2021 - Giammichele Vizziello e Gianni Leggieri (foto) sono i due vicepresidenti della Commissione regionale lucani nel mondo (Crim). Li ha eletti il Consiglio regionale della Basilicata, oggi pomeriggio. Il consigliere Vizziello ha ottenuto 12 voti e il consigliere Leggieri 10 voti. Nella votazione si sono registrati 4 voti per Carlo Trerotola e 2 voti per Vincenzo Acito. A capo della Commissione il presidente dell’Assemblea regionale, Carmine Cicala.
Il presidente del Consiglio regionale e della Crlm, Carmine Cicala, ha rivolto a nome suo e dell’intera Assise regionale gli auguri di buon lavoro ai due vice presidenti. “La nomina dei due componenti della Commissione - ha precisato - va a completare l’organigramma dell’organismo, consentendo così di mettere in atto le necessarie attività per il suo pieno e completo funzionamento”. “A tutte le Associazioni e Federazioni dei lucani presenti in ogni parte del mondo – ha dichiarato Cicala -  va il mio grazie per aver continuato la loro attività anche in un momento così delicato, quale quello legato alla pandemia divenendo, di fatto, un importante punto di riferimento per i nostri connazionali. A loro la mia rassicurazione di continuare a lavorare tutti insieme per portare avanti quanto progettato e pensato. Voi rappresentate il nostro vero biglietto da visita nel mondo perché forieri di quei valori che ci contraddistinguono in ogni dove”. “Un pensiero particolare, come rappresentante delle Istituzioni e come padre – ha concluso il Presidente della Crlm - va alla famiglia di Luca Ventre, il nostro giovane corregionale che ha perso la vita in Uruguay. Sono certo che la Procura farà chiarezza, quanto prima, su quanto accaduto”. 
Da parte dei consiglieri intervenuti (Sileo, Acito, Quarto, Braia, Vizziello, Aliandro e Trerotola) parole di gratitudine e apprezzamento ai tanti lucani che con dedizione lavorano, onorando, ogni giorno, il valore dell’appartenenza alla propria terra. 

Lucani in Svizzera: gli auguri del presidente Giuseppe Ticchio

Bienne, 13 Aprile 2021 - Il presidente della Federazione lucana in Svizzera saluta Leggieri e Vizziello. “Vi ringraziamo per essere venuti a far parte di questa grande famiglia quale la Commissione regionale dei lucani nel mondo”. Auguriamo a entrambi un buon lavoro per questo nuovo incarico”. Così il presidente della Federazione lucana in Svizzera, Giuseppe Ticchio, sottolineando che “la Crlm non è una Commissione di secondo piano pertanto, come è stato detto in tutti gli interventi avvenuti, dare a questa Commissione il ruolo che le spetta e si merita le consentirà di operare, dando il giusto contributo a tutto il territorio regionale. Pertanto, rinnoviamo ai Consiglieri eletti i nostri migliori auguri per un proficuo lavoro in compagnia di tutti i Lucani nel mondo".
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Mondo Cinema

Addio a Rusty, il bambino amico di Rin Tin Tin

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Lee Aaker, star della celeberrima serie tv americana degli anni Cinquanta, è morto solo e povero in Arizona.Era il bambino biondo con il naso schiacciato, amico di uno dei cani più famosi della storia del cinema: Rin Tin Tin.
Bienne, 14 Aprile 2021 - Lee Aaker, star della serie televisiva "Le avventure di Rin Tin Tin", è morto in Arizona, da indigente, il primo aprile scorso. La notizia è stata data dal suo amico, Paul Peterson. "Per dire arrivederci a Lee Aaker - ha scritto sui social - devi avere una certa età e ricordare Rin Tin Tin. Lee è morto in Arizona, solo e dimenticato, classificato come 'deceduto indigente'".
Nato a Inglewood, California, il 25 settembre '43, figlio della proprietaria di una scuola di ballo, Aaker venne scoperto dal leggendario regista Fred Zinnemann e fatto recitare in un corto del '51, "Benjy", destinato alla raccolta fondi per un ospedale ortopedico di Los Angeles. Voce narrante di Henry Fonda, nel breve film Aaker interpretava il ruolo di un bambino con la scoliosi che ha la possibilità di sottoporsi a una cura decisiva, ma solo se ottiene il permesso dai genitori che lo avevano abbandonato. Il film vinse l'Oscar come miglior documentario.
Da bambino prodigio a tossicodipendente
Dopo aver fatto la comparsa in 'Mezzogiorno di fuoco', senza apparire nei credits, Aaker conquistò la celebrità nel ruolo di 'Rusty', il giovane amico di Rin Tin Tin, nella serie televisiva prodotta dal '54 al '59 dalla Abc, e ispirata al celebre pastore tedesco del cinema degli anni '20. Rin Tin Tin divenne l'alternativa a Lassie, e Aaker, che cantava e ballava dall'età di 4 anni, il beniamino del pubblico. Dopo qualche apparizione in alcuni film, tra cui 'Hondo', con John Wayne e Geraldine Page, l'ex bambino prodigio spese tutti i soldi accumulati, girando il mondo come una sorta di 'figlio dei fiori', finendo per ritirarsi in Arizona, dove ha combattuto per anni la dipendenza dalla droga e dove ha trovato la morte.

Mondo Donna

Come il suffragio femminile in Svizzera ha cambiato il mondo

Bruno Kaufmann
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Il 7 febbraio 1971, ventisei anni dopo l’Italia, la Svizzera ottiene il diritto di voto e di eleggibilità per le donne. Una conquista ottenuta con fatica, passione, perseveranza.
Bienne, 12 Aprile 2021 - All'epoca in cui le donne hanno ottenuto la parità politica, mezzo secolo fa, la Svizzera era considerata uno Stato maschilista arretrato. Oggi, il Paese è in prima fila nella promozione dei diritti delle donne a livello globale. 
La città-oasi di Sebha, nella Libia centro-meridionale, ha scritto una pagina di storia questa primavera: durante un incontro comunitario a metà marzo, a cui hanno partecipato numerose persone, è stato adottato per la prima volta un piano d'azione per la parità di diritti tra donne e uomini nella politica locale. Il 45% dei partecipanti erano donne, riferisce a SWI swissinfo.ch il giornalista tunisino Rachid Khechana.
Secondo il corrispondente di lunga data dalla Libia, nelle ultime settimane si sono svolte assemblee simili a partecipazione femminile in altre 43 municipalità libiche, su iniziativa e con il sostegno della Svizzera. Dopo diversi anni di guerra civile, rappresentanti della politica, della società civile e dell'economia hanno recentemente trovato un accordo a Ginevra per un nuovo governo di transizione libico: con Najla Mangouch agli esteri e Halima Ibrahim Abderrahmane alla giustizia, i ministeri chiave saranno guidati per la prima volta da donne. 
"Nei processi di pace, è fondamentale che le donne siedano al tavolo dei negoziati: come membri della società civile, come rappresentanti delle parti in conflitto e come mediatrici", afferma a SWI swissinfo.ch Sara Hellmüller. La ricercatrice bernese del Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra aveva organizzato un forum sul futuro della società civile nella capitale libica Tripoli appena una settimana dopo la morte di Muammar Gheddafi nel 2011.
Fino al 2019, Hellmüller ha lavorato presso l'istituto di ricerca swisspeace e ha seguito i processi di pace in zone di guerra quali il Congo, il Darfur e la Siria. "Per loro natura, le donne non sono necessariamente più pacifiche degli uomini, ma la loro comune identità femminile può avere un effetto aggregante e contribuire a soluzioni nuove e più sostenibili", sostiene Sara Hellmüller. La politologa è anche membro della rete Swiss Women in Peace Processus (SWiPPLink esterno) del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), lanciata l'8 marzo di quest'anno in occasione della Giornata internazionale della donna.
La rete comprende attualmente 15 donne svizzere che s'impegnano a favore della pace in varie regioni del mondo in seno al servizio diplomatico, a organizzazioni non governative e a organizzazioni internazionali. È un esempio di come la Svizzera si stia sempre più affermando sulla scena internazionale in quanto Paese all'avanguardia in materia di parità di diritti tra donne e uomini. Nel quadro della Commissione dell'ONU sulla condizione delle donne, la Svizzera ha ad esempio affrontato il tema della disuguaglianza salariale di genere durante la sessione in corso a New York.
"I diritti delle donne sono diritti umani, e senza diritti umani la pace e lo sviluppo rimangono promesse vuote", afferma l'ambasciatore Simon Geissbühler, a capo della Divisione Sicurezza umana del DFAE. L'azione della Svizzera, spiega, s'ispira alla Risoluzione 1325 dell'ONU, considerata il pilastro di una politica estera femminista. Questo sviluppo sta avendo un impatto anche sul personale del DFAE. Oggi, quattro dei sei posti di punta del dipartimento e 22 delle 111 cariche di ambasciatore sono occupati da donne. (Francesca Pometta, nominata ambasciatrice svizzera in Italia nel 1987, è stata la prima donna a capo di una missione elvetica all'estero).
Consiglio costituzionale paritetico in Cile
Tra le organizzazioni internazionali attive nel campo dell'uguaglianza di genere e sostenute dalla Svizzera c'è l'International IDEALink esterno. "Sosteniamo le autorità elettorali di tutto il mondo a includere le donne nei processi elettorali e di voto", ci dice Rumbidzai Kandawasvika-Nhudu. La donna originaria dello Zimbabwe dirige il dipartimento 'Diritti politici e partecipazione dei cittadini' dell'IDEA, un'organizzazione con 33 Stati membri. "Con l'aiuto della Svizzera, ci impegniamo per una partecipazione paritaria di donne e uomini in politica".
Nel Benin, nell'Africa occidentale, la Svizzera sostiene le donne che si candidano a cariche politiche. Nel Paese africano, la percentuale di donne elette nelle assemblee comunali è raddoppiata negli ultimi quattro anni, secondo un rapporto della Direzione dello sviluppo e della cooperazione. Altrove, l'inclusione delle donne è molto più difficile. Per esempio, in Arabia Saudita. "Nel nostro Paese, le norme patriarcali continuano a limitare le libertà e i diritti delle donne", dice a SWI swissinfo.ch l'attivista saudita per i diritti delle donne Hatoon al-Fassi, dal 2008 professoressa di storia delle donne all'Università Re Sa'ud di Riad.
Quando si tratta di promuovere i diritti umani e i diritti delle donne negli Stati autoritari, anche la Svizzera neutrale raggiunge i suoi limiti. "In questi casi, bisogna essere molto persistenti dietro le quinte, e a volte è necessario lanciare un segnale insieme ad altri Stati", spiega l'ambasciatore svizzero per i diritti umani Simon Geissbühler. Dopo l'incarcerazione di attivisti per i diritti delle donne come Hatoon Al-Fassi lo scorso autunno, la Svizzera ha aderito a una risoluzione del Consiglio dell'ONU dei diritti umani che ha condannato fermamente il regime saudita.
In fondo, nemmeno una monarchia assoluta come l'Arabia Saudita può sfuggire completamente alla pressione internazionale e della società civile. Ora, anche il governo di Riad ha ratificato la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna. "Questo, in combinazione con i principi islamici di uguaglianza e giustizia, ci consente di esercitare una certa influenza", dice Hatoon Al-Fassi, il cui Paese natale ha introdotto per ultimo nel mondo il suffragio femminile nel 2015.


Libri da leggere almeno una volta nella vita
Un libro significa emozione, condivisione, scoperta
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Likecrazia. Lo show della politica in tempo di pace e di Coronavirus

Daniele Capezzone

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Editore Piemme
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Daniele Capezzone
Bravo quando parla, bravo quando scrive. Daniele Capezzone continua ad eccellere anche con i suoi buoni consigli per la tv a tanti personaggi in cerca di visibilità sprecata. «Stavolta si cimenta in Likecrazia, dedicato allo show della politica. Che dovrebbe capire – secondo il Capezzone pensiero – qual è il tempo limite della pazienza di un telespettatore: dieci secondi se parli, venti se piangi, trenta se sanguini».
Daniele Capezzone ci porta a scoprire il mondo dei talk show, quegli strani programmi in cui ospiti più o meno famosi, e scelti in base a criteri talora misteriosi, parlano in pratica di tutto. O meglio: parlano sì di tutto, ma con riferimento a un tema preciso quando ci sono avvenimenti drammatici da trattare.
Inutile dire che la pandemia è proprio uno di essi, e ciò spiega perché, ormai da molti mesi, il virus cinese occupi la scena incontrastato nei programmi di questo tipo. Ci sarà poi il conduttore showman che ne fa un vero spettacolo, magari digrignando i denti di fronte alla telecamera quasi volesse ingoiarsela. Il conduttore serioso che la butta sul piano culturale. La conduttrice che usa il suo fascino per porre domande indiscrete. E infine il conduttore che si proclama – lui solo – amico della gente comune e sempre disposto ad ascoltarla.
Sul mercato esistono anche altre tipologie, ma penso che quelle dianzi citate siano sufficienti a rendere l’idea. Capezzone è molto esperto del mondo dei talk show e ne conosce tutti i segreti. Non è quindi un caso che sia un protagonista molto presente in tale tipo di programmi. Con questo volume di dimensioni limitate, ma denso di contenuti, egli ci offre un panorama godibilissimo del fenomeno utilizzando un linguaggio leggero e comprensibile a tutti.
Del resto chiarisce sin dall’inizio che i talk show piacciono proprio perché – almeno in teoria – consentono alle persone comuni di avvicinarsi al mondo della politica cogliendone, sia pur parzialmente, gli arcani. Se così fosse svolgerebbero un ruolo prezioso, anche se il sottoscritto nutre in proposito qualche dubbio. L’autore è infatti convinto che a differenza delle vecchie Tribune politiche, dove i leader di partito parlavano tra loro poco curandosi di essere compresi, nei talk show avvenga invece il contrario.
Pure qui non mancano i tromboni e gli autoreferenziali e, a tale proposito, Capezzone fornisce poche e semplici regole per favorire l’ascolto da parte degli utenti. Collocherei l’autore nella grande corrente del realismo politico. Occorre accettare la realtà sempre imperfetta che ci circonda e trattare con essa nel miglior modo possibile. Può non piacere, ma la politica vera è più simile a quella discussa nei talk show che alla versione paludata che ne viene offerta nei manuali universitari. Conta soprattutto che le persone che vedono la politica dall’esterno ne capiscano meglio i meccanismi interni, finendola una buona volta con i politici intenti a parlare solo tra loro. E se poi, come accade in questi tempi, c’entra pure la scienza, tanto di guadagnato!
L’incredibile spettacolo dei virologi che si accapigliano, l’un contro l’altro armati, svela infatti un altro arcano all’uomo della strada. La scienza non va d’accordo con la certezza né con la perfezione. È un’impresa preziosissima, ma totalmente umana (e in quanto tale, per definizione imperfetta). Gli scienziati sono esseri umani come tutti gli altri, ancor più vanitosi della media, e amano le luci della ribalta e la popolarità. Fanno fatica ad ammettere di non aver capito un accidente del virus cinese e di ignorare il modo migliore per contenerne la diffusione. Attenzione però. Non è una caratteristica dei virologi italiani, perché una relativa ignoranza li accomuna tutti. Tant’è vero che la diffusione del contagio è stata peggiore in altri Paesi rispetto al nostro. Solo i cinesi, dopo aver infettato il mondo intero, ora fanno i virtuosi e si vantano di aver risolto il problema (anche se chi scrive non crede assolutamente alle loro parole).
Dunque nei talk show si possono vedere politici presuntuosi ma imbranati, e scienziati che stentano ad ammettere la loro ignoranza circa un certo fenomeno. Ciò conduce per l’appunto a un riavvicinamento tra politica, scienza e gente comune. Il lato negativo della medaglia è assistere molto spesso a risse da pollaio, dove le urla prevalgono sui ragionamenti e nessuno fornisce conclusioni plausibili e decenti. Anche su questo aspetto Capezzone dimostra di essere un realista. Si rende per esempio conto che le famigerate fake news fanno parte della storia umana sin dalle sue origini. L’importante è disporre di strumenti per tenerle sotto controllo, come avviene nei sistemi liberaldemocratici, e non di imporle come verità genuine come accade nei regimi autoritari.
In conclusione, mi sento di affermare che l’autore ha scritto un libro che, oltre ad essere divertente e chiaro, può essere studiato con profitto anche nelle aule universitarie. Confesso che, personalmente, ho sempre avuto delle prevenzioni verso i talk show. Li trovo infatti troppo chiassosi e quasi sempre fasulli. La lettura delle pagine di Capezzone mi ha fatto cambiare idea. Viviamo nel mondo di internet, dell’informazione repentina e tambureggiante. Magari un po’.
  Michele Marsonet

Buono a sapersi

I cani provano gelosia pensando al padrone

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Bienne, 14 Aprile 2021 -I cani possono sperimentare la gelosia se immaginano il loro padrone interagire con un altro esemplare. A rivelarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Psychological Science, condotto dagli scienziati dell’Università di Auckland, che hanno coinvolto 18 cani e i loro proprietari.
Il team ha portato i partecipanti in una stanza in cui era presente il fantoccio di un cane, inizialmente accarezzato dai proprietari in modo che l’animale potesse vedere la situazione. Nello scenario successivo nell’ambiente è stato posizionato uno schermo in modo che i cani non potessero osservare il loro proprietario, ma solo immaginare che stesse interagendo con il ‘rivale’ artificiale. Gli scienziati hanno esaminato il comportamento dei cani, che esprimevano segni rivelatori di gelosia, ringhiando e manifestando agitazione. “Il nostro lavoro supporta una teoria che molti proprietari di cani sostengono fermamente da tempo – sottolinea Amalia Bastos dell'Università di Auckland – che riguarda la capacità dei cani di mostrare un comportamento di gelosia anche quando non vedono direttamente l’interazione del padrone con un potenziale rivale”.
“Volevamo analizzare questo atteggiamento nel modo più completo possibile – aggiunge la ricercatrice – per valutare la capacità dei cani rappresentare mentalmente una situazione in grado di suscitare gelosia. Questi risultati suggeriscono che i nostri amici a quattro zampe, pur non vedendo il padrone riversare attenzioni su un altro esemplare, possono immaginare la situazione e provare gelosia”. I ricercatori hanno utilizzato un simulacro a quattro zampe estremamente realistico e un cilindro di pile, verso il quale i cani sembravano provare livelli di gelosia inferiori.
“Saranno necessari ulteriori approfondimenti – conclude Bastos – per stabilire la portata delle somiglianze tra le menti umane e quelle di altri animali, specialmente in termini di comprensione della natura delle esperienze emotive. Non possiamo stabilire se i cani siano in grado di provare gelosia come la percepiamo noi, ma abbiamo dimostrato che i nostri amici a quattro zampe reagiscono a situazioni che inducono un sentimento simile, anche se non possono vedere effettivamente l’azione del padrone”.

Spazio: 60 anni fa la missione del coraggio di Yuri Gagarin

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Jurij Alekseevič Gagarin
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Franco Malerba
Era il 12 aprile 1961 quando a bordo della Vostok 1, in 108 minuti completò l'orbita ellittica attorno alla Terra. Franco Malerba, il primo astronauta italiana ricorda la prima missione nello spazio.
Bienne, 12 Aprile 2021 - "L'ingrediente fondamentale nella missione di Gagarin è stato il coraggio. Non poteva avere molte certezze sul successo del suo volo, perché le incognite in quelle circostanze erano altissime. Nelle nostre missioni dello Shuttle anni dopo, dove si era fatta già esperienza, c'era comunque un margine di rischio che, a conti fatti, si riduceva al 2% perché c'erano stati due grandi incidenti su circa 150 missioni.
Nel caso di Gagarin questa percentuale era molto più elevata. Quindi sì, credo che l'elemento fondamentale della missione sia stato il coraggio". Franco Malerba, primo astronauta italiano (nato a Busalla, nell'entroterra di Genova, ndr) nello spazio, descrive così all'AGI la storica missione di Jurij Alekseevič Gagarin, primo uomo che il 12 aprile 1961, a bordo della Vostok 1, in 108 minuti completò un'intera orbita ellittica attorno alla Terra, raggiungendo un'altitudine massima di 302 km e una minima di 175 km, viaggiando a una velocità di 27.400 chilometri orari. Nessun essere umano lo aveva fatto prima.
"Al tempo di Gagarin non si sapeva ancora come il corpo umano si sarebbe comportato, ammesso che fosse arrivato sano e salvo in orbita in condizioni di assenza di peso, e quali scompensi avrebbe potuto produrre questa situazione  - evidenzia Malerba - Normalmente i piloti quella condizione la evitano come la peste durante i voli: cercano sempre di avere delle accelerazioni a gravità positiva, e mai a gravità negativa perché questa fa andare il sangue alla testa e può provocare danni".
Poteva davvero andare tutto storto, dalla partenza, al giro intorno all'orbita terrestre, fino all'atterraggio, avvenuto sotto gli occhi stupefatti di alcuni contadini, a sud della città di Ėngels. "Gagarin è stato davvero un eroe perché ha preso su di sé una grande scommessa - sottolinea Malerba - Forse lo ha fatto anche con disciplina di soldato, forse con l'aspirazione di passare all'immortalità. Ma resta il fatto che ha messo in gioco una gran quantità di coraggio".
All'epoca dell'impresa di Gagarin, che per la missione scelse il nome "Cedro", Malerba aveva 10 anni: "Non era possibile ancora apprezzare fino in fondo l'importanza, anche geopolitica, di quell'avvenimento. Ricordo però che le testate giornalistiche erano assai preoccupate per questa dimostrazione di progresso tecnologico da parte di una delle superpotenze, ovvero l'URSS. Per me invece era semplicemente un avvenimento formidabile, qualcosa che arrivava come un fulmine a ciel sereno, una novità assolutamente fantastica che cominciava a far pensare ai viaggi nel cosmo".
La vista della Terra dallo spazio è affascinante
La capsula in cui viaggiò l'astronauta russo aveva appena un orologio, tre indicatori per gli impianti di bordo e un piccolo mappamondo che indicava la posizione della navicella intorno alla terra, oltre agli oblò da cui ammirare e descrivere per la prima volta in assoluto il pianeta "azzurro", come lo definì lo stesso Gagarin: "La vista della Terra dallo spazio è affascinante - ricorda Malerba - anche in orbita bassa, ad una distanza tutto sommato piccola, perché si viaggia a poco meno di 400 km, come la distanza tra Firenze e Roma, guardiamo le stelle e le vediamo come le vedremmo dalla Terra, ma guardiamo la Terra ed è tutta un'altra cosa. Il fatto di essere poi in assenza di peso, di vedere il sole sorgere e tramontare ogni 45 minuti, beh, si ha la sensazione di essere in un altro mondo, in un'altra dimensione.
Il cielo è profondamente nero, la parte di Terra illuminata dal sole è molto brillante e il contrasto di luce è fortissimo", racconta l'astronauta italiano, ricalcando esattamente l'impressione che ebbe Gagarin dicendo: "Tutto può essere visto molto chiaramente". "E' un contesto difficile da rappresentare anche se abbiamo visto tanti bellissimi filmati che ci fanno capire come da lassù la Terra si veda tutta subito in un unico sguardo - racconta Malerba - La cosa curiosa è che non si vedono granchè le opere dell'uomo: solo aguzzando la vista forse si distinguono la Muraglia cinese, le piramidi.
L'impronta umana è data dalle luci delle città, quando osserviamo la parte notturna del pianeta. Sono più abbondanti lungo le coste dei continenti perché lì ci sono gli insediamenti più frequenti. Solo allora ci ricordiamo che la Terra è abitata dall'uomo e ci rendiamo conto della capacità che quest'ultimo ha avuto e ha di trasformare le cose". uel "salto" nel buio del cosmo compiuto da Gagarin ha avviato la corsa allo spazio e permesso anche di migliorare la tecnologia, adattandola all'ambiente. Come un più moderno Cristoforo Colombo, il primo uomo a volare nel cosmo ha aperto la strada ad un nuovo mondo.
Da allora tanto è stato "conquistato", osserva Malerba, e tanto è cambiato anche in termini di tecnologia di bordo: rispetto alla strumentazione sobria e spartana che caratterizzava la Vostok 1, "oggi ci sono molti più sistemi di controllo, di conoscenza dell'ambiente nel quale ci si muove e, ovviamente, c'è anche il contatto continuo con la terra - spiega l'astronauta italiano - Dubito che Gagarin avesse il contatto diretto continuo con la Terra, perché per farlo ci vogliono stazioni in tutto il pianeta o almeno satelliti nello spazio per mandare i segnali verso un unico punto sulla Terra. Per questo sicuramente in quel viaggio ci sono stati periodi di solitudine.
Si pilota toccando uno schermo, come col telefonino
La missione comunque - ricorda Malerba - è stata breve e quindi non era forse un elemento fondamentale da considerare. Sul fronte strumentazione, abbiamo assistito ad una trasformazione notevole: una di queste è stata molto recente con le nuove navi spaziali di SpaceX che utilizzano al 100% gli schermi tattili. Non si pilota più maneggiando degli interruttori, delle cloche, dei volanti o dei pulsanti, ma toccando uno schermo, così come facciamo col telefonino.
Ed è una cosa singolare che sotto certi aspetti può essere un po' alienante: il pilota è abituato a sentire la macchina, anche attraverso i comandi fisici. Comunque, questi comandi elettronici e virtuali fanno altrettanto bene le cose. Inoltre ingombrano e pesano di meno".
Dall'impresa russa sono trascorsi 60 anni: il mondo è cambiato ad una velocità paragonabile a quella della Vostok 1 attorno all'orbita terrestre quel 12 aprile 1961: "L'avventura nello spazio di Gagarin ci ha dato per la prima volta la dimensione del pianeta terra: un villaggio interconnesso. E' stata proprio la vista del pianeta terra, come una palla luminosa nel nero del cosmo, che ci ha dato la sensazione della nostra unicità e, forse, solitudine. Di un'integrazione in questa sorta di stazione spaziale che viaggia in un grande oceano che pare, al momento, sconfinato".
Ma quell'impresa straordinaria oggi è forse utile anche per ricordare che l'uomo è in grado di affrontare persino le sfide apparentemente impossibili da vincere, come l'attuale pandemia: "C'è un comune denominatore in questo sviluppo tecnologico, in questa progressione delle nostre capacità e delle nostre capacità e competenze: è la scienza - osserva Malerba - Noi oggi abbiamo non la speranza, ma la fiducia, anzi la certezza di uscire da questo orribile tunnel della pandemia proprio grazie ai vaccini e al supporto della scienza. Questa, come fu allora la missione di Gagarin, è un'altra affermazione della scienza che via via ci aiuta a superare le difficoltà che incontriamo.
Certo - dice l'astronauta - non sempre la scienza è perfetta: io ad esempio vivo questo momento della tecnologia applicata all'informazione e alla comunicazione, di cui sono stato un grande promotore, con qualche perplessità legata soprattutto ai social. Lì è possibile dire di tutto, è possibile diffamare o diffondere notizie sbagliate. Ecco mi lascia perplesso. Ma forse è solo perché sto invecchiando". O forse è perché, una volta che si è stati lassù, nello spazio, "tutto - come disse Gagarin in orbita - può essere visto chiaramente".

Meno privacy per gatti, meno attenzioni per i cani
Consigli per vivere bene con gli animali durante la pandemia

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Un micio attento e curioso mentre c'è chi lavora al computer da casa
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Attenta partecipazione di un cane mentre lui lavora al computer da casa
Bienne, 10 Aprile 2021 - Animali e pandemia: nel mutare delle norme e delle restrizioni contro il contagio da Covid le abitudini e le relazioni cambiano, anche quelle con gli animali domestici. Ecco allora i consigli per vivere con serenità la nuova normalità con gli amici a 4 zampe, anche quando si lavora da casa.
L’importanza della routine: i consigli per chi vive con un cane
“Nell’ultimo anno si è verificata una presenza più assidua in casa, le relazioni tra i cani e la famiglia vengono vissute con maggiore intensità sia nei risvolti positivi che negativi” osserva la Dott.ssa Maria Chiara Catalani, medico veterinario esperto in comportamento e Presidente di S.I.S.C.A. (Società Italiana Scienze del Comportamento Animale). Gli aspetti positivi sono legati ad una migliore conoscenza, data dal tanto tempo trascorso insieme, e una maggiore attenzione alla relazione con l’amico a quattro zampe, ma i risvolti negativi possono manifestarsi a chi già viveva in stato di simbiosi e di dipendenza, che in questo periodo ha accentuato questo tipo di rapporto. I cani sono passati dall’essere frastornati dai cambiamenti iniziali - con più passeggiate, scombussolamento delle abitudini e attività inedite - a vivere spesso con soddisfazione la maggiore presenza. Tuttavia, i cambiamenti continui, una presenza che non si traduce in reale scambio affettivo – come, ad esempio, quando si lavora tutto il giorno da casa – e lo stato di tensione degli umani di casa si possono tradurre in disagio per il cane.
I segnali di stress a cui prestare attenzione sono irrequietezza e agitazione, peggioramento della qualità del sonno notturno, le ripetute richieste di uscire anche senza un bisogno impellente, perdita o alterazione dell’appetito o comparsa di comportamenti aggressivi. Per rasserenarlo, occorre innanzi tutto ristrutturare quanto prima una routine creando occasione per passare del tempo di qualità insieme e che lo faccia sentire sereno, anche quando noi stiamo lavorando. “Il tempo di qualità non significa necessariamente aumentare il tempo insieme ma vivere in modo più ricco a livello emozionale il tempo trascorso insieme, non quindi più passeggiate ma passeggiate con più interazione, in cui si gioca insieme e ci si dedica a lui defocalizzandosi da smartphone o altre attività” chiarisce la Dott.ssa Catalani. In assenza delle attenzioni che richiede, il cane potrebbe diventare più insistente e per i proprietari significa aumentare la frustrazione. In una situazione di agitazione o disagio, poi, sono di grande aiuto i feromoni, sotto forma di collare o diffusore per ambiente, che inviano al cane un messaggio di serenità del tutto simili a quelli inviati in natura da mamma cane ai piccoli per tranquillizzarli.
Il rispetto dei suoi spazi e dei suoi tempi: le regole per la serenità del gatto
“Dall’inizio della pandemia osserviamo una maggiore attenzione al comportamento perché si passa più tempo con il proprio pet: le persone hanno sotto controllo mai come ora ciò che succede durante la giornata. Da qui inizia un percorso di consapevolezza che in molti casi ha portato ad una relazione più stretta” commenta la Dott.ssa Sabrina Giussani, medico veterinario esperto in comportamento e Presidente Senior di S.I.S.C.A. Da un anno a questa parte, si osserva che alcuni gatti vivono una condizione di maggiore stress legata al carattere del gatto, alla sua socievolezza, all’età ma anche alle abitudini e all’organizzazione della vita di casa. Spesso i gatti, prima della pandemia, avevano una vita molto povera con lunghi tempi di solitudine, in cui riposare e dedicarsi ai giochi preferiti in casa. Ora in casa c’è spesso o sempre qualcuno, si è ridotta la privacy e raramente si verifica quella pace che serve per il riposo. “Per qualche gatto è bello avere sempre qualcuno intorno a cui chiedere di giocare o le coccole, ma per altri è fonte di stress” segnala la Dott.ssa Giussani.
Con la pandemia sono scomparsi dalla vita di casa alcuni punti di riferimento importanti, in termini di abitudini, di cui però i gatti hanno bisogno per sentirsi sicuri. Ad esempio, hanno necessità di sapere come si svolgerà la giornata, con alcuni punti fissi perché, in mancanza, possono diventare inquieti. I gatti, poi, percepiscono le emozioni degli umani di casa: tristezza e tensione vengono avvertite e possono causare un “contagio emozionale”. Tutto questo può generare uno stato di ansia o disagio nel gatto. I segnali di stress possono essere inappetenza o alterazioni nel rapporto col cibo, alterazioni del sonno, fare i bisogni fuori dalla cassetta, leccamento eccessivo e manifestazioni di aggressività.
“Se la situazione perdura dobbiamo provare a porci in modo più rilassato e creare una maggiore prevedibilità della giornata con una routine più rigorosa” consiglia la Dott.ssa Giussani. “Creare più spazi per il riposo, fare più pause gioco, rispettare i suoi tempi - lasciarlo dormire non forzarlo nelle attività, coccolarlo se cerca le coccole - e usare i feromoni sono le azioni per aiutarlo a recuperare serenità”. Per offrire al gatto un riparo tranquillo è possibile, ad esempio, mettere una scatola di cartone sotto al letto o una cuccetta sopra il frigo: questo gli permette di isolarsi in tranquillità sfruttando anche la terza dimensione, l’altezza, che i gatti amano. Per la serenità dei gatti, esistono anche feromoni felini sotto forma di diffusore per ambiente, una soluzione non farmacologica, clinicamente testata utile per affrontare tutte le più comuni situazioni di stress.
“Quando poi cambiamo modalità perché andiamo in ufficio è preferibile dirglielo, spiegando e mostrando i vestiti per andare in ufficio per fargli capire che dovremo uscire, magari prepariamo la borsa dell’ufficio la sera prima in modo che la veda e capisca. Questo aiuta la prevedibilità” aggiunge la Dott.ssa Giussani.

Disuguaglianza non è sinonimo di povertà

di Matteo Milanesi
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Bienne, 10 Aprile 2021 - In molti sostengono che il raggiungimento dell’uguaglianza sia il fine ultimo della politica. Le disuguaglianze sarebbero troppe, solo l’1 per cento della popolazione detiene il 99 per cento della ricchezza mondiale, e sarebbe quindi necessario redistribuire i redditi per aiutare i ceti sociali meno abbienti. Di primo impatto, si potrebbe supporre che una maggioranza degli italiani condivida queste affermazioni, ma la risposta non è così scontata come sembra.
Nel dibattito sulla povertà e sulle diseguaglianze, di solito non ci si pone una domanda fondamentale: parliamo di uguaglianza delle opportunità o di uguaglianza degli esiti? Il filosofo Harry Frankfurt, nell’opera “Sulla disuguaglianza”, scrive: “Pochi sarebbero pronti a sostenere che la disuguaglianza è un male peggiore della povertà. I poveri soffrono perché non hanno abbastanza, non perché altri ne hanno di più, né perché qualcuno ha decisamente troppo”. E continua: “La sfida fondamentale non è costituita dal fatto che i redditi degli americani siano ampiamente diseguali, ma dal fatto che troppe persone sono povere”.
Frankfurt ci spiega in modo cristallino una verità inconfutabile: non è colpa dei ricchi o degli ultra-ricchi se ci sono i poveri. Anzi, espropriando i redditi ed i patrimoni dei primi, si arriverebbe sicuramente ad una uguaglianza tra cittadini, ma livellata verso il basso, con meno ricchezza e più povertà per tutti. Di conseguenza, minore produttività e progressivo peggioramento della qualità della vita. Insomma, arriveremmo al sogno (o incubo) marxista (e Dio ce ne scampi!). E allora, quale può essere la soluzione? Frankfurt spiega: “Mostrare che la povertà è intimamente indesiderabile non contribuisce in nessun modo a mostrare che lo è anche la diseguaglianza economica”. Tradotto: il problema non è il disequilibrio fra l’ultraricco ed il più povero; piuttosto capire se ad entrambi sono state concesse le medesime opportunità, le stesse libertà e gli stessi diritti. Se sussistono queste condizioni – ed è tutto da verificare – poi ognuno si svilupperà secondo le sue capacità naturali, ma pur sempre partendo ad armi pari.
Esiste una radicale differenza – come ci spiegava anche Friedrich von Hayek, tra i padri del liberismo – tra il trattare le persone allo stesso modo ed il cercare di renderle uguali. L’uguaglianza deve essere tradotta come uguaglianza delle opportunità, quindi uguaglianza davanti alla legge e parità di trattamento da parte dello Stato, senza nessun ostacolo dogmatico, burocratico ed arbitrario che impedisca a ciascuno di sfruttare le proprie capacità per raggiungere gli obiettivi prefissati.

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La strage di cani uccisi a fucilate in Pakistan

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"Fermate questo abbattimento di massa. Esistono metodi incruenti, etici, per contenere il numero dei randagi e la diffusione di malattie"
Bienne, 10 Aprile 2021 - Il Governo del Pakistan avrebbe deciso di abbattere almeno 25 mila cani randagi nei prossimi due mesi per contenerne il numero. Lo denuncia l'Oipa, l’organizzazione internazionale protezione animali presente in 61 nazioni di cinque continenti. Le uccisioni - denuncia l'associazione in una nota - sono già iniziate nelle amministrazioni del Lodhran, Kehror Pakka e Dunyapur, ma si estenderanno in molte altre città. In Pakistan, l’Oipa è presente con due rappresentanti nel Nord e nel Sud Punjab, Hashir Khan e Iqra Ali,  e con un volontario nella regione del Sindh, Sarfaraz Abbasi.
Oipa International ha scritto al premier Imran Khan, chiedendo che venga fermato questo massacro legalizzato e che il Governo affronti il problema del sovrannumero di randagi sul territorio e della diffusione della rabbia con "un approccio etico, sostituendo questa pratica atroce con un programma di cattura, sterilizzazione, vaccinazione e rilascio sul territorio".  Attività che in esiguo numero vengono messe in atto da volontari in proprio: una goccia nell’oceano della tragedia dei randagi pachistani. 
"Non è la prima volta che le autorità pakistane ricorrono a questi metodi estremi per contenere in randagi sul territorio: più di 50 mila cani muoiono ogni anno sulle strade del Pakistan per mano del Governo. I randagi vengono uccisi con armi da fuoco o avvelenati tra sofferenze atroci. I loro corpi senza vita vengono poi raccolti da operatori comunali, che li caricano e li ammassano per poi essere smaltiti".
 

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di Maurizio Colella - Bienne

“Che la colomba della pace porti tanta serenità nei cuori di chi crede e tanta luce per illuminare chi è cieco. Che la Pasqua sia uno dei momenti di meditazione interiore di pace con sé stessi e di ricerca di energia positiva da donare agli altri senza distinzione. Non importa in chi crediamo. Dobbiamo impegnarci, tutti, perché, sia Pasqua di Amore e Rispetto, ogni giorno della nostra Vita”.
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Un pensiero speciale

Ai nostri amici: chi è solo, chi soffre, ai malati, agli emarginati, ai dimenticati, ai discriminati e tutte quelle persone che non vediamo. Che possano trovare un po' di calore umano tra le braccia di chi l'incontra lungo la strada chiamata vita!
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Ai dimenticati, a chi ha lottato per tutta la vita contro la sorte ed oggi lotta contro l’indifferenza. A chi ha perso il treno giusto e la vita non gli ha concesso una seconda possibilità. A chi non ha nessun posto dove andare, nessuno da abbracciare e nessuno con cui parlare. A chi  chiude la porta al mondo e in silenzio piange la sua solitudine, sperando solo che tutto passi in fretta. Perché vedere gli altri felici fa male, quando sai che anche tu meriteresti un briciolo di felicità. Chi si ricorderà di queste persone, con un gesto, una parola, un abbraccio o un invito a sorpresa accenderà la luce nei loro occhi. Chi crede alla famiglia ha il dovere di pensare anche a chi non ha famiglia.

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